Verso il 25 giugno, contro la schiavitù dei pezzi di carta

Nel 2008 un grande spezzone di lavoratori e lavoratrici migranti ha aperto la MayDay Parade di Milano. Quel giorno i migranti hanno affermato che, anche se la precarietà ci accomuna, non siamo tutti precari allo stesso modo. Alcuni vivono sulla propria pelle – perché la pelle ce l’hanno di un colore diverso e in tasca hanno un permesso di soggiorno – una condizione particolare, che divide ma può diventare un punto di forza condiviso. La precarietà globale dei e delle migranti è una condizione della quale tutti, oggi, facciamo esperienza. Lottare contro questa precarietà particolare sapendo di lottare contro la precarietà di tutti è già una scommessa. E lo è perché i migranti hanno dimostrato in questi anni la capacità di lottare nonostante una ricattabilità accentuata dalla possibilità di essere espulsi, sono stati protagonisti di percorsi organizzativi – come quelli che hanno portato agli scioperi del primo marzo 2010 e 2011 – che hanno qualcosa da raccontare anche nella prospettiva dello sciopero precario.

Durante gli Stati Generali della precarietà 3.0 diverse realtà di migranti e antirazziste si sono incontrate a Roma condividendo la convinzione che nessuna lotta contro la precarizzazione della vita può prescindere oggi dai lavoratori e dalle lavoratrici migranti. In quell’occasione abbiamo perciò lanciato l’appello per una mobilitazione nazionale capace di unire e rafforzare le esperienze e le lotte già presenti all’interno di un quadro più ampio e condiviso, e di un progetto comune. La presenza di precari globali come sono i migranti impone di non pensare le campagne e le mobilitazioni come episodi locali, legati a uno specifico territorio e dipendenti da questa o quella emergenza. La logica dell’emergenza e del territorio ignora la presenza di milioni di migranti che vivono da anni in Italia e subiscono le condizioni di precarizzazione del lavoro e della vita che sperimentano quotidianamente tutti gli altri lavoratori, le altre donne, gli altri giovani. Per loro la logica dell’emergenza è un’esperienza quotidiana come per tutti gli altri lavoratori, così come lo è per tutti gli altri precari. Uscire dall’emergenza significa allora costruire collegamenti tra tutti i migranti con tutti lavoratori e tutti i precari. Perciò significa lottare contro i ritardi nei rinnovi dei permessi di soggiorno, contro l’apertura di nuovi CIE e per la chiusura dei vecchi, per la casa e contro la truffa della sanatoria, a sostegno dei migranti provenienti dalle rivolte dell’Africa del Nord riguarda tutti.

Di fronte ai continui attacchi del governo che anche oggi ha confermato la sua politica di razzismo istituzionale, con la prospettiva di estendere a 18 mesi il tempo di detenzione nei CIE e intensificare le espulsioni, e di fronte al ridicolo valzer da campagna elettorale ballato sulla schiena di migliaia di migranti – quando il ministro Maroni ha bloccato l’applicazione della sentenza del Consiglio di Stato e dunque la riapertura dei termini della sanatoria truffa del 2009 – noi non stiamo a guardare. La risposta, con le due settimane di mobilitazione contro la schiavitù dei pezzi di carta, però, non si ferma qui. Noi guardiamo avanti perché sappiamo che per rispondere alla gabbia della Bossi-Fini e alla parte che gioca nella precarizzazione di noi tutti c’è bisogno di far sentire la forza dei migranti e accanto a loro di tutti i lavoratori e le lavoratrici, operai e precari. Anche per questo c’è bisogno di sciopero precario.

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